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Il possesso è morto: ma qualcuno la macchina la deve avere.

Se l'oggetto è necessario cambia solo chi lo possiede

Pubblicato in LorisBrain
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In sintesi:

I nuovi servizi Internet a volte migliorano la vita, a volte la migliorano solo ad alcune persone, a volte sembra che la migliorino ma in realtà creano situazioni di disagio. Bisogna stare attenti alle rivoluzioni ed essere sempre consapevoli che ogni nostra azione ha delle conseguenze. Qui tento di spiegarti come la penso sul business camuffato da condivisione e sui nuovi imperi commerciali.

I mercati sono come le tasse, li paghi non perché ne hai bisogno ma perché ne potresti avere bisogno

Da qualche tempo mi gira nel cervello il titolo di un post di Rudi Bandiera: Il possesso è MORTO: arriva l’era dell’accesso. Potete leggere l'intero articolo seguendo il link del titolo, ma voglio estrapolare qui alcuni concetti per poi esprimere un mio parere:

Per capirci, airbnb è il più grande “albergatore” del mondo e non possiede nemmeno una stanza. Uber è il più grande servizio taxi al mondo e non possiede nemmeno un’auto. Ali Baba è il più grande negozio del pianeta e non possiede un metro di magazzino. Mi pare evidente che il possedere le cose, gli oggetti, stia diventando sempre più inutile….il possesso è da Perdenti...

I dati sono diventati IL vero valore e se è verissimo che se qualcuno si fa dare un passaggio in macchina qualcun altro la macchina la deve avere, è anche verissimo che il mondo sta cambiando i paradigmi sia di comunicazione sia di socializzazione che ci hanno sempre tenuti insieme...

Questo articolo si innesca in un periodo in cui Uber fa tanto parlare di se e dove altre forme di "sharing" stanno diventando famose ed utilizzate. Io non sono del tutto convinto che questo sia sempre un bene.

Come giustamente dice anche Rudy, qualcuno la macchina la deve pur avere. Questa affermazione racchiude, secondo me, un enorme potenziale e moltissime complicazioni.

Iniziamo con il dire che condividere è una cosa nobile e bellissima quando viene fatto con lo spirito di condivisione, ma quando la condivisione diventa business allora le cose cambiano e si dovrebbero seguire le regole del mercato. Parliamo per esempio di Uber: per l'utente è facile dire "costa meno" e perciò è meglio, anche se lo fosse non è corretto nei confronti di chi ha scelto un mercato, ne ha seguito le leggi e ha fatto degli investimenti. Uber in alcuni casi non è condivisione ma solo una forma per evitare leggi e controlli che sono normalmente applicati in un mercato. Un tassista ha delle spese, non sempre con suo piacere, come la licenza e le tasse, le visite mediche obbligatorie e altri balzelli e balzellini che non può evitare. Il fatto che ci sia un fondo di malcostume e una propensione vera o presunta a non seguire le regole non significa che queste non ci siano. Le persone oneste queste regole le hanno, le seguono e vanno tutelate.

Parliamo delle cene "EatWith". Se la questione è che saltuariamente ho il piacere di organizzare una cena e invitare perfetti sconosciuti chiedendo un rimborso spese per il cibo che verrà poi servito è una questione ben diversa rispetto ad offrire un servizio costante. Quest'ultimo è ristorazione ed ha delle regole che servono anche per tutelare la salute delle persone oltre che un mercato.

Un mercato senza regole è un mercato in evoluzione e rivoluzione costante e in un mercato di questo tipo cambia il modo in cui si fanno investimenti e cambiano inevitabilmente i soggetti disposti a farvi investimenti. Come posso investire nell'acquisto di un'auto bella, di una licenza, di fare visite di controllo e licenze varie se da un momento all'altro qualcuno può entrare nello stesso mercato senza però affrontare le mie stesse spese e perciò innescando un rischio sui miei investimenti?

Qualcuno la macchina la deve pur avere, sembra una banalità, è lapalissiana, ma c'è un qualcosa che non torna. Se sempre meno persone comprano la macchina perché possono sempre trovare un passaggio significa che il mercato delle automobili si comprime, l'oggetto rischia di passare da bene di massa a bene per pochi, e quando il bene è per pochi i meccanismi che lo regolano cambiano, rischia di diventare un bene di lusso.

La condivisone delle cene è bellissima, permette di incontrare nuove persone, di fare esperienze nuove, ma se mette in crisi il mercato della ristorazione allora non mi piace, non mi sta bene. Non lo trovo corretto nei confronti di coloro che fino ad oggi hanno seguito le regole e si sono impegnati a fare del loro meglio nel loro rispettivo mercato.

A volte i mercati sono come le tasse, le paghi non perché ti offrono un bene di cui hai bisogno, ma perché ti mettono a disposizione un servizio di cui potresti avere bisogno. Una farmacia ha degli orari e delle regole e queste servono ad offrire un servizio e a tutelare le persone, persone che non si rendono conto di questa importanza fino a quando non ne hanno bisogno.

La deregolamentazione, anche se si potesse attuare, deve essere graduale, in modo da salvaguardare gli attori già esistenti che hanno fatto un investimento su quel mercato e dargli il tempo di assorbire le nuove regole o la mancanza di esse.

Il mondo sta cambiando, ma la direzione presa si rivelerà un vantaggio per molti o per pochi? Sarà anche vero che ci sono negozi senza magazzino e albergatori senza stanze, sarà anche vero che questo sembra il futuro, ma è poi vero che questo è un vantaggio per tutti?

Mi sembra la stessa storia della grande distribuzione che ti vende la mela, perfetta e tonda che sembra fatta con il compasso, che ha ucciso piccoli produttori con prezzi da fame e contribuito alla sparizione di migliaia di varietà agricole perché non belle a vedersi. I grandi attori, che siano di distribuzione o di trasformazione delle materie prime, non hanno fatto sempre del bene e se lo hanno fatto non lo hanno fatto a tutti.

Sarò strano ma quando vedo un prodotto che costa poco il mio primo pensiero va a coloro che hanno realizzato quel prodotto, se un paio di scarpe può costare 3 euro (viste qualche giorno fa al mercato) qualcuno può vederla come un'offerta ma a me viene da pensare a chi quelle scarpe le ha realizzate, a quanto può essere il suo stipendio e a quante ore deve lavorare per avere una vita dignitosa.

I "grandi" attori del commercio quale valore aggiunto danno al prodotto?

Se spendo dei soldi vorrei che questi andassero nelle tasche di chi crea valore aggiunto, non di chi, in modo più o meno sofisticato veicola l'acquisto o crea vetrine virtuali.

Ci può essere un negozio senza magazzino, ma o si produce il bene su ordinazione o qualcuno il magazzino lo ha. Ci può essere un albergatore che non ha stanze, ma tu da qualche parte devi dormire. Questo significa che qualcuno l'albergo lo deve possedere. Se l'albergo esiste, se la camera te la puliscono e se il servizio è ottimo è grazie a chi l'albergo lo gestisce. Se l'albergatore virtuale crea valore aggiunto è giusto che riceva parte del guadagno, se il risultato ultimo è uniformare un servizio, strangolare gli alberghi in una lotta al ribasso e non esaltare le eccellenze a me non piace, non è una rivoluzione visto che lo hanno già fatto i monopoli o i grandi magazzini e rischia di essere il solito appiattimento e impoverimento.

Conclusione

Qualcuno la macchina la deve pure avere, qualcuno deve possedere le le stanze da affittare e qualcuno i magazzini dove conservare i prodotti. Io preferisco stare con questi.

I "nuovi" servizi mi sembrano semplicemente l'involuzione dei precedenti, si è passati da pochi grandi attori a pochissimi grandi attori che non hanno neppure più l'onere di possedere le cose che vendono.

L'evoluzione non si ferma e non va fermata, bisogna però essere consapevoli che le proprie scelte influenzano questa evoluzione sia nel breve che nel molto più importante lungo periodo.

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